
Che sofferenza! Va bene dai, proverò a essere diplomatica, ma trattare un tema simile è da ulcera garantita! E poi che malinconia mette pensare ai tempi passati! E sì, perché oggi tutto è cambiato. Una volta il rap era il megafono della strada, il linguaggio brutale ma autentico di chi non aveva altri strumenti per raccontare il proprio inferno quotidiano. Oggi, invece, la trap sembra un’ostentazione puerile di ricchezze immaginarie, un’autocelebrazione vuota, l’ennesima parodia del sogno americano in salsa social. Da Eminem a Inoki, passando per Neffa, il confronto con l’attuale generazione di ‘trapper’ è impietoso.
L’epopea del disagio è divenuta una pantomima grottesca. Nel 1999, quando Eminem pubblicava The Slim Shady LP, il mondo del rap era ancora intriso di una poetica della sopravvivenza: un mix di nichilismo e rivalsa, di violenza e autoironia. I suoi versi erano rasoiate d’intelligenza, un linguaggio caustico e spesso politicamente scorretto che sapeva trasformare il dolore in una forma d’arte brutale e raffinata al tempo stesso. Nello stesso periodo, in Italia, artisti come Neffa e Inoki declinavano il verbo dell’hip hop con la sensibilità di chi conosceva bene le strade e la loro grammatica. Neffa, con Neffa & i messaggeri della dopa, cuciva atmosfere jazzate e liriche introspettive, mentre Inoki rappresentava l’anima ribelle e battagliera, lontana da ogni compromesso.
Qual è il ruolo del rapper oggi? No, non più quello del poeta maledetto ma dell’ influencer cafone! Oggi il rap si è dissolto in un’orgia di autotune e lustrini, sostituito da un sottogenere che sembra più una caricatura del gangsterismo che una reale testimonianza di vita. La trap ha svuotato il messaggio e lo ha riempito di banalità: macchine di lusso, orologi scintillanti, droghe leggere e pesanti, soldi sventolati come fazzoletti da salotto. Non si racconta più il degrado, lo si spettacolarizza. Il dolore è diventato una merce, il linguaggio si è appiattito, ridotto a un florilegio di stereotipi da manuale di marketing. I nuovi “poeti urbani” non denunciano più, non raccontano più la propria storia: si limitano a ripetere la stessa formula preconfezionata, un algoritmo musicale che garantisce views e followers. La loro “credibilità” si misura a suon di sponsorizzazioni su Instagram e featuring con chiunque abbia un minimo di hype. Se il rap era il diario di un guerriero, la trap è la vanity fair del bulletto di quartiere.
È un problema solo italiano? No, il fenomeno è globale. Se negli anni ‘90 il rap rappresentava un’urgenza espressiva, oggi la trap è il riflesso di una generazione che ha scambiato il senso con l’apparenza. La rivoluzione digitale ha trasformato il linguaggio e con esso, ahimè, anche il pubblico: chi ascoltava Eminem o Inoki cercava un’eco della propria rabbia, chi ascolta la trap vuole solo un sottofondo per esibire il proprio nulla esistenziale. Troppo severa? Forse. Le eccezioni alla regola esistono sempre. La domanda però rimane: possiamo ancora sperare in un ritorno alla sostanza? Oppure il destino della musica urban è quello di rimanere una colonna sonora per reels e TikTok, una sequenza di cliché vuoti e autoreferenziali? La risposta, forse, è già nella differenza tra una rima di Inoki e un ritornello di un qualsiasi trapper di grido. Il primo scriveva poesie metropolitane, i secondi giocano a fare i gangster su Instagram.
Forse, prima o poi, il pubblico si stancherà di questa plastica sonora. Oppure, più probabilmente, la musica rap è morta e noi non ce ne siamo nemmeno accorti.